L’IRRILEVANZA ETICA DELLA SCIENZA E DELLA RELIGIONE

di Giuliano Antonello

Il cardinale Alfonso Lopez Trujillo ha recentemente proposto di scomunicare i medici che praticano l’aborto e i biologi che si dedicano alla ricerca sulle staminali embrionali. L’offensiva cattolica sui temi caldi della bioetica e della famiglia, che ha avuto uno dei suoi momenti di gloria nel trionfo dell’astensionismo al referendum sulla fecondazione assistita, non solo non sembra attenuarsi, ma addirittura appare sempre più dura e determinata. Il presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, naturalmente, ha il pieno diritto di rivolgersi ai cattolici come meglio crede. La Chiesa, infatti, ha una gerarchia riconosciuta e consolidata, organi preposti alla custodia e alla difesa del dogma, legittimati a perseguire nei modi e con gli strumenti che ritiene più idonei ogni supposta deviazione dall’ortodossia. Del tutto fuori luogo, invece, la sua pretesa di imporre allo Stato italiano una visione di parte, peraltro largamente screditata presso la grande maggioranza della comunità scientifica. Nei rapporti fra Chiesa e scienza sembra che il tempo proprio non passi. Le reciproche accuse di relativismo morale e prometeismo sfrenato, da un lato, e di oscurantismo, dall’altro, sviliscono temi di fondamentale rilevanza etica, politica e civile riducendoli a uno scontro burbanzoso di saperi: quello rivelato all’anima dalla parola di Dio contro quello svelato alla ragione dal metodo scientifico. Concentriamoci, ad esempio, sul problema dell’aborto. Laici e cattolici partono da una comune e sottaciuta premessa, che la ragion sufficiente per decidere sulla legittimità o meno dell’interruzione volontaria di gravidanza possa essere trovata nella conoscenza. Non è raro sentire persone, anche culturalmente avvedute, chiedere allo scienziato: “Vorrei sapere bene cosa succede con la fecondazione, conoscere lo sviluppo dell’embrione, avere chiarezza su questi temi. Solo così potrei giudicare se abortire è un delitto oppure un diritto”. Oppure chiedere al teologo se lo zigote è già persona. È a partire da questa premessa che due immagini tanto efficaci quanto semplificate dell’embrione, quella che lo “degrada” a mero grumo di materia e quella che lo glorifica a progetto gia “animato” di persona, si fronteggiano armate l’una contro l’altra. Il filosofo Peter Singer in Practical Ethics presenta l’argomento principe degli antiabortisti nella forma di un sillogismo aristotelico. Premessa maggiore: è sbagliato uccidere un essere umano innocente; premessa minore: un feto umano è un essere umano innocente; conclusione: quindi è sbagliato uccidere un feto umano. Se tralasciamo altri argomenti di natura giuridica o politica, come quello, onnipresente, che una legislazione in questo campo ha lo scopo primario di impedire il diffondersi della piaga dell’aborto clandestino, motivazione che di fatto nulla cambia circa la liceità o meno dell’aborto legalizzato, la risposta filoabortista si riduce, in sostanza, come Singer mette bene in risalto, nel negare la premessa minore. Troppo poco, a dire il vero. In effetti, accettando di discutere il problema a questo livello, sembra più facile difendere la continuità fra l’ovulo fecondato e il neonato, piuttosto che individuare in questo processo un momento di discontinuità, prima del quale sarebbe lecito sopprimere l’embrione (o addirittura il feto) e dopo non più. Ovunque si decida di indicare una linea di demarcazione, infatti, questa sarebbe tracciata in un punto sbagliato. Decidere in quale momento un essere umano è tale è un problema di “valore” che trascende il mero “fatto” biologico e rimanda alla “fede” laica o religiosa che ognuno ha deciso di seguire. La scienza, dal momento che si occupa solo di fatti, non ci aiuta a decidere che cosa sia giusto o sbagliato, non è suo compito farlo, e questa è una buona notizia. Ma nemmeno la religione, in realtà, lo può fare, con buona pace delle gerarchie ecclesiastiche, giacché essa pregiudica ogni decisione con la pretesa violenta e arbitraria di dare ai propri valori la forza dei fatti. Scegliere di interrompere o no la gravidanza è un atto etico, non certo teoretico. Per questo, se non lo si vuole compromettere nella sua essenza, deve essere libero e ricondotto senza residui alla responsabilità personale, mentre la politica ha solo l’obbligo di tutelare tale decisione. Non certo imponendo per legge un comportamento, nello spirito più retrivo dello stato etico, ma creando lo spazio e le condizioni perché ogni decisione sia individualmente possibile. Perciò nessun tema etico dovrebbe mai essere sottoposto a referendum. Nessuna scelta etica può essere politicamente decisa a maggioranza o, come è capitato per la legge sulla fecondazione assistita, addirittura affidata alla indecorosa ed opportunistica “non-scelta” di una maggioranza di astenuti. Se la politica non può prescrivere la liceità o meno di un comportamento etico, può almeno intervenire sui limiti e gli scopi della ricerca scientifica? È una domanda che molti si pongono, disorientati dagli scenari che le nuove tecniche di ingegneria genetica aprono. Io credo che, se una cosa l’uomo tecnicamente può farla, prima o dopo la farà. Solo motivazioni economiche possono, se non impedirla, ritardarla. Nessun’altra forza è in grado di contrastare la volontà di potenza tecnica. Se questo è vero, allora porre veti alla ricerca e allo sviluppo tecnico-scientifico a partire da istanze religiose o ideologiche, oltre che essere misura inefficace e illusoria, serve solo a rimuovere ogni controllo razionale sulla ricerca stessa e a incentivare, secondo gli esiti storicamente sperimentati di ogni proibizionismo, trasgressioni selvagge, abusi e ogni altro comportamento clandestino. Del resto, non bisogna mai dimenticare che ciarlatani, apprendisti stregoni e inquisitori appartengono primariamente a uno stesso e ben individuato ambiente storico e culturale, sono tutti prodotti di una ricerca censurata, di una scienza inadeguata, di una religione trionfante, di una sottocultura dilagante.


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