ROUNDERS, IL GIOCATORE

di Dà(vide) Bardini

Allora, li punto è questo: se dopo mezzora non hai ancora capito chi è il pollo al tavolo, significa che il pollo sei tu”. Inizia così il film di John Dahl. Una carrellata che segue Mike (Matt Damon) mentre racimola da nascondigli vari nella sua casa trentamila dollari. Esce e si dirige verso la bisca di Teddy KGB (John Malkovich). Giunto lì, cambia molto più denaro in fiches del solito e si siede al “tavolo dei grandi”. Il gioco è il “Poker alla Texana”, la “Cadillac” del gioco d’azzardo. Mike, che si paga gli studi in legge con il poker clandestino, intende fare “il salto”, la grande serata che gli permetterebbe, e di ultimare gli studi in legge, e d’andare a Las Vegas. La partita procede bene ma in un testa a testa con Teddy KGB, il russo proprietario della bisca, Mike ha in mano un punto molto alto, un full di nove (tris di nove e coppia) e decide di puntare tutto quello che ha perché è convinto d’essere imbattibile. Qualcosa però va storto perché quando l’avversario gli scopre davanti un full più alto del suo (tris di assi e coppia) per Mike è finita: tutti i suoi sogni svaniti in una mano a carte. Inizia una nuova vita, promette alla fidanzata Joe (Gretchen Mol) di non giocare più, ma quando il suo miglior amico Verme (Edward Norton), giocatore incallito e baro, esce di prigione, Mike si accorgerà di non poter sfuggire alla propria “natura”. Il film, uscito nel 1998 e diretto da John Dahl è molto più della storia di un giocatore di poker. Il film è il poker. Non è certo d’impronta documentaristica, ma tratta con lucida coscienza il concetto del poker, la sua etica, la sua atmosfera, il suo fascino e tutta quella fitta rete di relazioni interpersonali che si crea soltanto durante un match. I tempi morti, per esempio, sono la grande maggioranza di una partita a poker: l’attesa delle carte, il ragionamento intorno all’avversario, aspettare un indizio etc…Sono tutte componenti irrinunciabili della partita, apparentemente lente e prolisse ma in realtà assolutamente eccitanti. Il poker è un “momento estetico” molto forte: ha un linguaggio proprio, una propria gestualità e una propria semiotica (segni del corpo o movimenti), un proprio “ecosistema” (il tappeto verde, le fiches), un proprio corpo (le carte da gioco) e, infine, le proprie leggi. Ciò che avviene all’interno di una partita non ha senso fuori, anche per questo credo sia impossibile capire il film senza aver mai, per esempio, “bluffato”. È un po’ il discorso che si fa attorno ai film orientali, in cui si trattano talvolta miti e leggende di quelle civiltà; le critiche, soprattutto all’uscita della sala cinematografica, vertono sulla poca verosimiglianza della narrazione o sull’esagerazione pomposa di combattimenti e dialoghi. Anche in questo caso è necessario fare un piccolo sforzo (che la maggioranza del pubblico italiano non intende compiere) per comprendere la complessità di un cinema diverso dal nostro, recitato in modo diverso e “vissuto” in modo diverso. Il discorso per “Rounders” è ovviamente un altro: è un film hollywoodiano, con attori più che mai famosi, ma anch’esso deve essere, a mio parere, “capito”, maneggiato diversamente da una normale “storia filmata”. La bellezza della pellicola sta anche nell’originalità del film, nel riuscito tentativo di non mascherare il gioco del poker con facili e bolsi colpi di scena zeppi di scale reali improbabili o eroi redenti che abbandonano il gioco d’azzardo per dedicarsi alla famiglia. Il protagonista non tornerà con la fidanzata, mollerà l’università e partirà su un taxi che lo porterà all’aereoporto Kennedy, destinazione Las Vegas. Il tassista augurerà a Mike “Buona fortuna” e lui penserà…"La gente è convinta ancora che si tratti di fortuna”.


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