ESTENSIONI TECNOLOGICHE DEL SE’

di Cledis Pasqualini

L’espansione del progresso tecnologico e i suoi ritmi di evoluzione continuamente accelerati sono divenuti i maggiori fattori di cambiamento del nostro modo di vivere e rappresentare la realtà individuale e collettiva. In senso molto generale siamo diventati tutti, anche nostro malgrado, tecnodipendenti, perché non possiamo più fare a meno di apparecchiature tecnologiche, come quelle utilizzate a livello domestico e lavorativo fino alle recenti nanotecnologie e stazioni satellitari planetarie che rappresentano la punta più avanzata nel tempo e nello spazio del nostro bisogno di comunicare. Rispetto al passato assistiamo oggi a una brusca discontinuità nell’evoluzione tecnica, che arriva a creare interi universi di esperienza slegati dalle dimensioni materiali e concrete, non esistenti, almeno nel senso tradizionale e tangibile al quale siamo stati abituati per svariati millenni. Le tecnologie tradizionali dovevano supportare e facilitare il lavoro fisico, consentivano la conoscenza e il possesso dei mondi reali, mentre quelle nuove espandono la nostra azione sui “regni virtuali”, amplificando il concetto stesso di realtà. Parole come cyberworld, infosfera, universi telematici entrano nel dire quotidiano prima ancora che possiamo comprendere tutta la portata delle innovazioni che introducono, prima ancora di aver capito bene il loro significato. Oggi si parla di Psicotecnologia o tecnologia della mente: perché estende le facoltà psichiche e sensoriali, annulla spazio e tempo, mescola sempre di più realtà e finzione e moltiplica all’inverosimile le nostre capacità cognitive, di comunicazione e acquisizione di informazioni. I mezzi tecnologici diventano una sorta di estensioni tecnologiche di sé: consentono relazioni immediate e globali, allargano le nostre possibilità comunicative dandoci un forte senso di potenza e controllo. Il paradosso è che questo vissuto può trasformarsi nel suo contrario, nella progressiva perdita di controllo sulla esperienza tecnoindotta; credo che ognuno di noi ha provato almeno una volta un senso di impotenza quando al pc un programma si blocca, e abbiamo sperimentato un forte senso di perdita di controllo e disagio emotivo. Oggi si parla anche di computer rage, rabbia da pc, determinata da incidenti a cui ci espongono i pc e Internet. La tecnologia è un prodotto del nostro bisogno di controllare la realtà esterna. Se è vero che gli strumenti mediatici diventano mezzi affini alla nostra mente, la perdita di controllo che sperimentiamo è forte e sgradevole, perché simula la perdita di controllo sulla nostra dimensione interna. La sensazione di confidenza con il mezzo tecnologico e la fiducia nel controllarlo si ribalta nel sentirci noi dipendenti dal mezzo e dalle esperienze che esso rende possibili. Attualmente si stima che sono circa 450.000 gli utenti della rete da 0 a 10 anni, cioè il 20% dei bambini italiani delle elementari naviga in Internet. Una ricerca su frequentatori di ambienti virtuali ha rilevato che la chat rappresentava un nuovo mondo, un’apertura mentale gratificante, tanto che una volta familiarizzato con la rete, sacrificavano ore di sonno e di relazioni “reali” significative. Le relazioni che nascono in rete sono spesso destinate a rimanere tali, perché si rifiuta l’idea di conoscersi realmente per mantenere un’immagine virtuale di sé idealizzata; l’altra persona corrisponde più ai bisogni affettivi soggettivi che alla realtà della persona con cui si entra in contatto. In Giappone l’hanno chiamata HIKIKOMORI (termine che significa “mi ritiro”), è una sindrome che colpisce moltissimi adolescenti giapponesi e che sta diventando uno dei più importanti problemi sociosanitari del paese. Sono ragazzi che si ritirano nella loro stanza immergendosi nelle realtà virtuali di Internet, TV digitale, videogiochi manga; eremiti tecnologici che arrivano a ordinare i pasti via internet. E questo per mesi. Nella mente ormai scorrono reti informatiche verso una interconnettività totale che trasforma radicalmente il modo di concepire l’incontro e la comunicazione umana. E che arriva a sfumare sempre più la differenza tra spazi pubblici e privati. Anche l’auto risente l’invasione tecnologica, trasformandosi in un centro multimediale mobile con autoradio digitale, computer di bordo, guida satellitare, per essere sempre più efficienti, viaggiando mentre si concludono affari e si aggiorna l’agenda. Siamo rintracciabili praticamente ovunque, non spegniamo il telefonino neppure durante il sonno! Così l’effetto finale di questo progresso tecnologico è che lo spazio vitale si restringe sempre più attorno a noi. Il continuo aumento di programmi TV tipo reality show, è un’altra prova della tendenza oggi a consumare emozioni artificiali. Le nuove dipendenze da virtuale che si stanno osservando o comunque un uso patologico del mezzo tecnologico, ripetitivo e coattivo, evidenziano come il virtuale stia diventando sempre più reale come il reale e come viviamo nella rappresentazione della realtà più che nella realtà stessa. Ricordo la tragedia dell’11 settembre e la prima reazione di molti di noi di vedere una somiglianza con qualche scena di film; la televisione ci ha proposto l’impatto degli aerei di continuo, il giorno dopo era possibile cliccare su internet un programma per vedere il percorso disegnato dello schianto. Non fa pensare al trailer di un film o a un videogioco? Pare che la realtà possa accadere solo nei modi della finzione. Le tecnologie della comunicazione virtuale possono rappresentare una evoluzione incredibile dell’esperienza umana, se riusciamo a creare un equilibrio funzionale tra reale e virtuale senza che uno dei due si annulli nell’altro.


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