CARMELO SAMMARTINO
FRAGMENTA

di Fabrizio Migliorati

Questa settimana abbiamo incontrato Carmelo Sammartino, artista di origine nissena ma che vive e lavora da molti anni a Birbesi di Guidizzolo. Da una lunga chiacchierata sono stati estrapolati frammenti di discorso, stralci di frasi che, nonostante la loro facies di schegge, esprimono chiaramente dei concetti, immediati e sintetici, privi di orpelli esagerati.

…penna e pennello…
Ho il fortissimo bisogno di scrivere, di prendere appunti. Ho sempre un taccuino con me e lì registro le mie impressioni su ciò che vedo, che sento. La penna è come il pennello: diventa un’estensione del mio corpo, della mia mente. Sono protesi della mia mano, allungamenti che si differenziano nell’uso e nella finalità.

…dobbiamo tornare ad una dimensione tattile…
Dobbiamo tornare ad una dimensione tattile, di contatto. Siamo schiavi di un mondo in connessione, ingabbiati in una rete che è fatta di virtualità. In un centro commerciale ci sono carrelli che si lambiscono, gomiti che si sfiorano, sguardi che vanno oltre. Non vi è più contatto: tutto il mondo è in connessione, ma non vi è più una dimensione interrelazionale, ma vige quella di contiguità. L’illusione di essere vicini (sul concetto di connessione Sammartino ha eseguito un lavoro intitolato Alt Poverty: connettiti e cancella con cui ha partecipato alla Biennale di Grameen, Ankara, N.d.t.).

…il mestiere dell’artista…
In Espiazione, Ian McEwan ci dice che più si invecchia e più il lavoro diventa più difficile perché ci si conosce in maniera più approfondita. L’artista rischia di restare prigioniero di se stesso e, così facendo, si palesa il grave rischio della caduta nell’autoesaltazione. Come evitare ciò? Non si deve cedere alla produzione, ma bisogna sempre rimanere nella ricerca. L’arte non è un dogma, piuttosto un territorio di incertezze e di esplorazioni; ciò che si insegue è un’astrazione, un’immagine possibile. La ricerca è come il lavoro di un esploratore o di un archeologo: si parte dal frammento per ricostruire tutto il percorso precedente su di una superficie di ipotesi. Il dettaglio vale più di una grande idea.

…vivere la ricettività del poetico…
Io credo che bisogna guardare la pittura come un vivere la ricettività del poetico, muoversi nel deserto in maniera assolutamente aperta. La pittura attraversa se stessa per raggiungere un determinato animus poetico, ciò che non si vede, attraverso un disvelamento continuo.

Congdon, Rothko…e la scelta di Birbesi
Un artista, uno scrittore deve affrancarsi dai grandi maestri. Certo si deve guardare l’opera di chi ci ha preceduto, con ammirazione e stupore, ma non bisogna cadere in una produzione apologetica che non è altro che riproposizione di stilemi già in uso. L’artista deve creare sempre qualcosa di suo. Ovviamente anch’io ho guardato ad alcuni autori e, tuttora, mi seguono mentre stendo i colori. Ma il loro ruolo è a monte. La pittura di William Congdon ha significato molto per me: la forza spirituale che emana ha un valore altissimo. Forse la sua grande conversione ha degli echi anche nella mia precisa scelta di trasferirmi a Birbesi: capire veramente cos’è la notte, vivere il silenzio, ridare importanza alle piccole cose della vita, soffermarsi su di un’esigua luce nel nero della campagna. Non potrei trovarmi bene in un altro luogo, se non per un periodo temporaneo. Mi sono innamorato di questo luogo e qui mi sento veramente a mio agio. Quello che mi ha colpito in Mark Rothko è il suo singolare disvelamento lieve: i confini diventano sempre meno visibili, il colore versa in una maggiore liquidità. È il procedere verso un grande mare. L’amore per tutto ciò che non è rumore e forma, l’impostazione eseguita su grande formato, questo tutto che ti prende. Nei suoi quadri vi sono mondi nei mondi, universi negli universi c’è tutto: macrocosmo che si svela al microscopio costellato di un’infinità di microcosmi.

…gli anni Settanta…
Negli anni Settanta ho impostato la mia poetica su di una ricerca che scandagliasse i nuovi valori e mezzi artistici che stavano emergendo nell’arte. Volevo risignificare il supporto, dargli una nuova vita attraverso un azzeramento stilistico. I primi lavori sono spesso totalmente bianchi e la riflessione verteva sulle opere di Lucio Fontana e Piero Manzoni. Dal taglio ricucito alla ferita rimarginata in rilievo su di un tappeto di garze. I Tagli e gli Achrome: i due maestri rappresentavano una grandissima scoperta, una novità rivoluzionaria: il loro azzeramento era la base per un ripensamento generale della pittura, del lavoro dell’artista. Avvertivo la necessità di un intervento che mi portasse ad una mia propria poetica. Questi lavori, insieme a realizzazioni che risentono di un certo costruttivismo, fanno parte della serie delle Tele del silenzio.

…il silenzio, l’ascesi, la meditazione (zen?)…
Rothko era un grande poeta del silenzio, ma il lavoro per il ristorante del Seagram Building fu estremamente rumoroso. Perché? Questo tipo di rumore è giustificabile perché viene dal silenzio e risponde ad una necessità di reazione. Il rumore errato è quello in cui “si alza il volume”, in cui si vuole gridare più forte del vicino. Il grande rumore nasce dalle pause (John Cage) e lo stesso non è altro che la valorizzazione delle pause e del silenzio. Ma deve essere insospettato, deve prendere alla sprovvista.

…la denotazione e Borges…
Molti miei lavori non definiscono i tratti dei personaggi ma li suggeriscono. Vi è denotazione ma non connotazione. Ho lavorato a delle opere ispirate alla poesia “I Giusti” di Borges in cui gli attori non sono definiti chiaramente, le righe su di un libro non ci sono, gli scacchi non sono presenze fisiche ma mentali: tutto è immerso in una dimensione onirica ed è in questa sospensione che possiamo trovare gli indizi interpretativi.

…cordae…
Verso la fine degli anni ’90 ho avviato un ciclo concernente pochissime opere ma di grande potenza espressiva. È il ciclo delle cordae, pannelli in compensato sui quali sono intervenuto con una particolare tecnica mista, compimento idiomatico del mio iter sperimentale. Sul pannello sono intessute piccole composizioni di corde che ricordano vecchie sedie impagliate. Il piacere è eminentemente tattile: sfiorare questo motivo geometrico è come pizzicare le corde di un liuto o come sentire il mare appena mosso dal vento. È anche un piccolo omaggio all’antica sapienza dei nostri avi, al lavoro rustico, a contatto con la materia in una dimensione di tattile intimità. La corda è un materiale basso, così materico… ed era molto difficile concepire il connubio con la pittura. Ma il risultato dimostra che la fatica non è stata vana: l’olio e la corda si incontrano e si scontrano. Ma l’armonia è raggiungibile solo se vengono a contatto due realtà diverse. Abbiamo paura ad avvicinare cose lontane e che derivano da situazioni diverse, ma la nostra paura è sbagliata: dobbiamo sempre più ricercare il contatto. Uno di questi lavori è intitolato Agìra, come il piccolo comune siciliano. Ho voluto rendere i colori caffè del paesaggio, del frumento seccato dal sole, della ricchezza delle sfumature coloristiche della mia terra. La resa non è realistica ma emotiva e il guardare il lavoro dovrebbe riproporre quei luoghi con un’intensità che è di valore diverso rispetto a quella del realismo. È stato un momento meraviglioso, ma credo che sia chiuso. Queste opere mi hanno dato moltissimo, ma l’artista non può fermarsi. La ricerca è il suo fine…


1 Commento »

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  1. Veramente un’ottima recensione che lascia poco spazio alla fantasia. Ben descritto l’artista e facilmente individuabile la complessa architettura stilistica dello stesso, qui piacevolmente descritta con arguzia e acume. Sono stati pubblicati libri concernenti le opere di Sammartino?Mi piacerebbe davvero approfondire la sua conoscenza tramite scritti.

    Comment scritto da Federico — 4/2/2007 @ 11:13 am

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